Tra le celebrazioni del 20esimo anniversario dell’attacco terroristico alle Torri Gemelle e la preoccupazione scatenata dall’attacco climatico sulla Louisiana attraverso l’uragano Ida, dagli Stati Uniti, con il nuovo report pubblicato dall’Agenzia federale per l’amministrazione degli oceani e dell’atmosfera (Noaa), giunge un nuovo accorato grido d’allarme ai Paesi che tra poco meno di 60 giorni si ritroveranno a Glasgow per la nuova Conferenza sul Clima. Dallo studio si evince, infatti, non solo che il 2020 – e probabilmente varrà come previsione anche per il 2021 – è stato uno dei tre anni più caldi dal 1800, con temperature medie più alte sulla superficie terrestre e marina; ma anche che molte iniziative di adattamento o mitigazione al cambiamento climatico non potranno essere solo immaginate entro la fine del secolo, ma già realizzate entro il 2050.

Una delle misure indubbiamente più urgenti, nella consapevolezza ormai sempre più diffusa che occorra scardinare l’egemonia dei combustibili fossili, è quella rappresentata dal combinato disposto della tutela dei suoli naturali e della rigenerazione dei suoli degradati. Su questo focus ecosistemico, peraltro, l’Unione Europea, con la sua presidente Ursula Von Der Leyen in prima linea, si sta da alcuni anni mobilitando proattivamente essendo stata compresa sia la natura pressoché non rinnovabile di una risorsa strategica come il suolo sia come dalla sua custodia possano derivare nuovi processi di bioeconomia circolare e di rigenerazione urbana incardinata sulle soluzioni basate sulla natura.

In Europa, secondo le ultime rilevazioni dell’Agenzia Europea dell’Ambiente e date le diverse tipologie di degrado del suolo (deforestazione, desertificazione, impermeabilizzazione, frammentazione, salinizzazione), il suolo sano è stimato in appena il 15% circa, con questa percentuale che dovrà – almeno in potenza – salire al 75% nel prossimo decennio, per raggiungere non tanto o non solo gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, ma proprio per rendere meno traumatico il percorso verso la neutralità carbonica che dovrà essere conseguita entro il 2050.

In questo scenario di assoluta precarietà e incertezza, esasperata da una crisi pandemica non ancora del tutto superata, si inserisce, pertanto, un dispositivo terraformante meccanico e tecnologico come Jericho, ora in esposizione nel Padiglione Italia della Biennale di Architettura di Venezia, con l’ambizioso – e, forse, pure coraggioso – obiettivo di sostenere i processi urbani di ripristino della natura dei suoli, saldando la dimensione della giustizia ambientale con quella della giustizia sociale nei dettami, inoltre, di una rinnovabile sicurezza alimentare da garantire a chi vive e attraversa la comunità attraversata dall’innovazione rappresenta da Jericho.

Un percorso che, appena iniziato, si preannuncia entusiasmante e resiliente.

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