Siamo spettatori inermi di un’incessante antropizzazione che vede il nostro pianeta e le sue principali componenti ecosistemiche – aria, acqua e terra – sempre più compromessi dall’azione umana. Una condizione drammatica accentuata dalla crisi climatica in atto che è la principale minaccia al benessere sociale, economico e ambientale delle future generazioni.


Di conseguenza è di fondamentale importanza accrescere la vivibilità urbana e periurbana tutelando e valorizzando le risorse naturali – come il suolo di cui occorre evitarne l’eccessivo consumo – seguendo un approccio ecosistemico pragmatico e olistico allo stesso tempo.


Il suolo (1) come da anni ci ricorda l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra), per i tempi di formazione molto lunghi (uno strato da 1 a 2,5 cm si ottiene in quasi 500 anni), deve essere considerato una risorsa pressochè non rinnovabile e quindi da proteggere dalle innumerevoli forme di degradazione, tra le quali l’impermeabilizzazione.


La Commissione Europea, con la strategia della “land degradation neutrality” (2), ha stabilito che entro il 2050 il consumo di suolo comunitario deve raggiungere il saldo zero, come misura principale di contrasto ai cambiamenti climatici, i cui effetti stanno conoscendo un’inedita intensità e che conseguentemente produrrà un cambio di un paradigma legato alla progettazione architettonica.


Partendo da queste considerazioni, che descrivono uno scenario globale delicato e complesso, si muove lo scopo di questa ricerca: sensibilizzare verso nuove strategie architettoniche e modelli insediativi sostenibili tipici delle comunità resilienti, adottando una profonda e coraggiosa rivisitazione di consolidati modelli culturali, tecnici e normativi, promuovendo allo stesso tempo una rifertilizzazione del suolo attraverso la terraformazione, tornando infine a vivere una relazione armonica con il proprio territorio.


È questa una ricerca che pone le sue basi su un personale studio sull’architettura delle comunità resilienti. Un percorso attivo iniziato nel 2010 con Farm Cultural Park (3), progetto di rigenerazione urbana di un piccolo centro siciliano, Favara, al quale si è aggiunto nel 2013 il progetto di rigenerazione della città di Mazara del Vallo, Periferica, per poi culminare nel 2017 con una scuola di architettura per bambini dal nome Sou (4).
Tutte esperienze sperimentali ed incrementali che oggi rappresentano una concreta utopia sociale che coinvolge attivamente la cittadinanza in un processo di riabilitazione del centro abitato creando un nuovo substrato urbano e culturale attraverso arte, architettura e discipline sociali.


A partire da tali premesse ho già avviato un percorso coerente, teso alla realizzazione di architetture che permettono di instaurare relazioni dirette con lo spazio urbano utilizzando la tecnologia per ottenere risultati capaci di coinvolgere aspetti architettonici, produttivi e sociali.


Da tali premesse sono nate le esperienze di Sainthorto, Wunderbugs e Zighizaghi (5): rispettivamente un orto interattivo, uno spazio immersivo per insetti ed esseri umani e un giardino multisensoriale.
Il percorso di ricerca qui richiamato trova oggi un’ulteriore fertile occasione di sviluppo nell’invito di Alessandro Melis, curatore del Padiglione Italia all’interno della prossima Biennale di Architettura di Venezia, grazie al quale realizzeremo un’architettura terraformante dal nome Jericho.

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